Il nostro intento non è quello di fornire risposte a questi quesiti ma di condividere le informazioni alle quali abbiamo accesso per generare maggiore consapevolezza nei nostri interlocutori: non siamo scienziati ma tecnici assicurativi e, tra i tanti documenti, leggiamo e analizziamo anche i report scientifici per farci un'idea di quali potranno essere, per noi e per i nostri assicurati, gli scenari futuri.
Per noi è importante comprendere cosa siano i cambiamenti climatici, quanto durano e da cosa o da chi possano essere influenzati, acquisire almeno una conoscenza di base della storia della nostra Madre Terra e condividere poche fondamentali definizioni.
Per essere il più possibile esaustivo e fornire dati scientifici certi sui quali il lettore possa basare le proprie eventuali considerazioni e trovare o darsi le risposte ai quesiti di cui sopra, questo articolo è necessariamente lungo. Siamo però convinti che la lettura possa essere interessante e istruttiva.
Il clima (dal greco antico klíma, "regione, tratto di paese") è lo stato medio del tempo atmosferico su varie scale spaziali (locale, regionale, nazionale, continentale, emisferico o globale) rilevato nell'arco di almeno 30 anni (questo secondo la definizione ufficiale fornita dall'Organizzazione meteorologica mondiale).
DIFFERENZA TRA CLIMA E TEMPO METEOROLOGICO
La principale caratteristica del clima rispetto al comune "tempo meteorologico", oltre all'intervallo temporale di osservazione e studio, è l'avere un andamento che tende a mantenersi stabile nel corso degli anni pur con una variabilità inter-annuale, dovuta alle stagioni, che vi si sovrappone. L'attenzione scientifica negli ultimi decenni si è spostata sempre più sulla comprensione o ricerca approfondita dei meccanismi che regolano il clima terrestre, specie in rapporto ai temuti cambiamenti climatici osservati negli ultimi decenni (ad esempio il riscaldamento globale).
La disciplina scientifica che studia tutti questi aspetti è la climatologia.
DATI
A supporto delle considerazioni della comunità scientifica, esiste una mole di dati raccolti direttamente da quando si studia e si registrano gli eventi meteorologici sulla Terra: le prime serie di misurazioni risalgono ai primi anni del 1600 ma è solo nella seconda metà dell'800 che la quantità e la qualità dei dati raccolti consente di creare serie coerenti.
Per quanto antecedente queste date, tutte le misurazioni ci arrivano tramite “dati proxy” come gli anelli degli alberi, l’analisi del polline e dei fossili vegetali, i campionamenti di ghiaccio e roccia. In statistica una variabile proxy è una variabile che ne sostituisce un'altra non direttamente osservata o misurata. In altre parole, gli scienziati arrivano a determinare il valore di una variabile tramite l'osservazione di un'altra variabile in sua sostituzione: per esempio, è possibile determinare la quantità di CO2 presente nell'atmosfera in un determinato periodo misurando la quantità di diossido di carbonio presente in uno strato di ghiaccio prelevato a una determinata profondità della calotta artica, il cosiddetto carotaggio.
STORIA CLIMATICA DELLA TERRA
La Terra ha 4,5 miliardi di anni e la paleoclimatologia è arrivata a studiare il clima della Terra fino a circa 2,5 miliardi di anni. A tale epoca risalgono infatti le rocce e i fossili più antichi attraverso i quali è possibile ricostruire, in maniera più o meno approssimata, il clima terrestre. Attraverso l'analisi climatica terrestre si sono potuti individuare dei cicli climatici precisi che si ripetono nel tempo con intervalli di tempo alquanto regolari.
Tra i vari cicli si distinguono quelli che hanno durata di milioni di anni (Ere Glaciali, Ere Interglaciali), quelli che durano migliaia di anni (periodi glaciali, periodi interglaciali), quelli che hanno durata minore e seguono cicli più brevi di centinaia o decine di anni.
In generale si distinguono quindi tre scale temporali:
1) variazione climatiche a grande scala temporale, di milioni di anni, con l'alternarsi di Ere glaciali ed Ere Interglaciali a seconda dell'esistenza o meno di ghiacci sulla superficie terrestre; in particolare, le ere glaciali sono considerate le stagioni fredde della storia climatica terrestre e sono suddivise in periodi glaciali, cioè fasi di avanzamento e grande estensione dei ghiacciai (fasi chiamate "glaciazioni") e in periodi interglaciali, cioè fasi di ritiro e limitata estensione dei ghiacciai globali come specificato qui sotto;
2) variazioni climatiche a scala temporale media, di migliaia di anni, con l'alternarsi di Periodi glaciali e Periodi Interglaciali, caratterizzate dalle "glaciazioni";
3) variazioni climatiche a scala temporale ridotta (decine e centinaia di anni con fasi di raffreddamento climatico e fasi di riscaldamento climatico caratterizzate da abbassamento o innalzamento delle temperature). Tanto per fare l'esempio concreto, tra l'800 e il 1300 vi fu il c.d. "periodo caldo medioevale" caratterizzato da temperature alte, fino a 2°C sopra le attuali temperature in alcune zone del pianeta (ma mediamente inferiori a livello globale). Si arrivò a coltivare la vite in Norvegia e grazie all'aumento delle aree coltivabili la popolazione europea quadruplicò nel periodo. Dal 1300 al 1850 vi fu invece la c.d. "Piccola era glaciale", caratterizzata da temperature rigide, avanzamento dei ghiacci su tutta l'Europa favorendo, di conseguenza, carestie e pestilenze (la più tristemente famosa fu la peste nera del 1348 che uccise tra i 25 e i 30 milioni di persone in tutta Europa, falcidiando più del 30% della popolazione dell'epoca. Non da meno l'epidemia di peste bubbonica del 1630, citata anche dal Manzoni in "Storia della colonna infame", che nella sola Italia si stima abbia ucciso più di 1,1 milioni di persone su una popolazione totale di circa 4 milioni).
5 ERE GLACIALI
Sono esistite almeno 5 ere glaciali nella storia della Terra:
Uroniana, tra i 2,4 e 2,1 miliardi di anni fa
Criogeniana, tra 800 e 635 milioni di anni fa, era in cui la Terra è caduta più volte in uno stato di profondo congelamento globale, diventando una vera e propria "palla di neve" completamente ricoperta dai ghiacci
Andino-Sahariana, tra 450 e 420 milioni di anni fa
Karoo, tra 360 e 250 milioni di anni fa
Quaternario da circa 34 milioni di anni fa ad oggi (ancora in corso...)
Al di fuori di queste ere glaciali, sembra che la Terra sia stata priva di copertura ghiacciata anche alle latitudini più elevate.
Attualmente, ci troviamo in un "periodo interglaciale" iniziato circa 12.000 anni fa e chiamato Olocene. Annotiamo quindi che la Terra e i suoi abitanti, tra i quali i poveri homo sapiens, sta navigando a folle velocità nello spazio siderale mentre è in atto un'era glaciale.
Un periodo glaciale (o anche epoca glaciale) è un intervallo di tempo della storia geologica della Terra lungo circa 100.000 anni che cade all'interno di un'era glaciale, caratterizzato da un avanzamento generale delle calotte polari e dei ghiacciai terrestri (glaciazione) dovuto alla diminuzione delle temperature medie globali del clima terrestre. Durante un'era glaciale i periodi glaciali si alternano ai periodi interglaciali che, d'altro canto, sono i periodi di clima più caldo e corrispondono a un ritiro dei ghiacci. I periodi glaciali hanno una durata di circa 100.000 anni mentre i periodi interglaciali hanno una durata inferiore (circa 10-15.000 anni)
Un periodo interglaciale è infatti un intervallo di tempo di un'era glaciale, lungo circa 10-15.000 anni, caratterizzato da un innalzamento delle temperature medie globali del clima terrestre e dal progressivo ritiro dei ghiacciai che raggiungono così estensioni limitate. Durante un'era glaciale i periodi interglaciali (i periodi con temperature più miti), si alternano ai periodi glaciali (i periodi con le temperature più fredde).
GLI ULTIMI PERIODI INTERGLACIALI
Nella storia climatica dell'attuale era glaciale sono individuabili 4 periodi glaciali e altrettanti periodi interglaciali.
Le glaciazioni Gunz, Mindel, Riss e Wurm sono riscontrabili man mano che ci si avvicina al Neozoico e quindi sono identificabili le quattro fasi glaciali, intervallate da tre fasi interglaciali (che si chiamano Gunz-Mindel, Mindel-Riss e Riss-Wurm) concluse più quella ancora in corso:
interglaciale Günz-Mindel, da circa 620.000 a 455.000 anni fa;
interglaciale Mindel-Riss, da circa 300.000 a 200.000 anni fa;
interglaciale Riss-Würm, da circa 130.000 a 110.000 anni fa;
interglaciale attuale iniziato circa 12.000 anni fa.


Come vedete dal grafico della variazione delle temperature qui sopra (che riporta gli ultimi 4 periodi di glaciazione e interglaciazione), e come potrete intuire dal tempo trascorso dall'inizio dell'attuale periodo di interglaciazione, dal punto di vista teorico dovremmo essere oramai arrivati sul punto di ripresa di un periodo di glaciazione.
CAUSE DI VARIAZIONE DEL CLIMA TERRESTRE
L'alternanza ciclica di periodi glaciali e interglaciali, ossia di periodi lunghi migliaia di anni con generale avanzamento o ritiro dei ghiacciai, pare essere strettamente legata ai movimenti dell'asse terrestre e dell'orbita terrestre (i cosiddetti cicli di Milankovic dal nome del matematico serbo Milutin Milankovic ideatore della teoria astronomica dei cicli orbitali secondo la quale l'inclinazione dell'asse terrestre, l'orbita e il cambiamento della direzione dell'asse di rotazione influirebbero appunto sui periodi glaciali). Durante una fase glaciale o interglaciale varie cause, sia interne che esterne al pianeta (attività vulcanica, attività solare, variazioni nell'insolazione, ecc.), possono non rendere regolare il generale avanzamento o ritiro dei ghiacciai. L'ultimo periodo glaciale si è concluso circa 12.000 anni fa, l'attuale olocene è il periodo interglaciale più recente in cui appunto ci troviamo oggi.
In linea generale, oltre ai sopra citati cicli di Milankovic, alla variazione dell'orbita solare all'interno della Via Lattea e ad altre cause cosmiche, vi è un consenso generale della comunità scientifica nell'indicare, tra le cause che portano il clima terrestre a entrare e uscire ciclicamente da un'era glaciale, così come le fluttuazioni dei periodi di glaciazione che le riguardano, una serie di fattori tra i quali la variazione della composizione dell'atmosfera (in particolare la quantità di anidride carbonica (CO2) e metano (CH4) e i movimenti delle placche tettoniche, che determinano la posizione dei continenti sulla superficie terrestre).
LA COMPOSIZIONE DELL'ATMOSFERA TERRESTRE
Il primo di questi fattori è probabilmente il più influente, ed ebbe un ruolo fondamentale soprattutto nella prima era glaciale, la più rigida di tutte.
C'è una correlazione tra la diminuzione di gas a effetto serra e l'inizio delle ere glaciali ma è difficile stabilire le cause precise di queste variazioni. Le variazioni della composizione atmosferica nelle varie ere glaciali possono essere legate anche alla posizione dei continenti, ma sicuramente anche al vulcanismo o all'impatto meteoritico sulla superficie terrestre.
Nel recente periodo la presenza dell'uomo potrebbe aver aggiunto un contributo ad un fenomeno che fino a prima era stato legato solamente ad eventi naturali. Alcuni autori ritengono che anche la già pur limitata attività degli uomini preistorici abbia influito sulla tempistica dell'ultima glaciazione.
Alcuni scienziati ritengono invece che l'attività dell'uomo non abbia influito e non influisca sul clima.
LA POSIZIONE DEI CONTINENTI (MOVIMENTI DELLE PLACCHE TETTONICHE)
Le variazioni nella posizione dei continenti, conseguenza dei movimenti delle placche tettoniche della crosta terrestre, possono avere un'influenza profonda sul flusso delle correnti oceaniche più calde che tendono a fluire dall'equatore verso i poli.
Sono state evidenziate alcune possibili configurazioni che possono avere un'influenza decisiva nell'innescare un'era glaciale:
- la presenza di un supercontinente all'altezza dell'equatore, come fu il caso di Rodinia durante il Cryogeniano. Tale configurazione portò ad un blocco della circolazione della corrente calda, causando di conseguenza un raffreddamento accentuato delle aree settentrionali.
- La presenza di terre emerse all'interno del circolo polare artico o antartico, che forniscono uno spazio sul quale la neve e il ghiaccio si possono accumulare durante i periodi freddi. La bianca coltre di ghiaccio provoca successivamente un aumento dell'abedo terrestre, cioè riflette maggiormente nello spazio la radiazione solare, contribuendo così ad un ulteriore raffreddamento della temperatura.
APPROCCIO RAZIONALE ALLA QUESTIONE DELLE EMISSIONI DI GAS SERRA
Cerchiamo ora di affrontare in modo razionale la questione del riscaldamento ambientale.
Non è ovviamente possibile riassumere nelle poche righe dell'articolo una questione sulla quale sono stati scritti migliaia di libri e la cui complessità tecnica è davvero notevole, perché tale è la modellazione del clima del Pianeta Terra.
E’ tuttavia possibile offrire alcuni spunti che possono aiutare a vedere la questione in modo meno ideologico e più scientifico, attento ai dati oggettivi.
Una delle questioni fondamentali è l’andamento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera ed i suoi legami con la temperatura media del pianeta.
Questo grafico rappresenta l’andamento della concentrazione di anidride carbonica (in azzurro) e l’andamento della temperatura negli ultimi 570 milioni di anni (i dati precedenti sono poco rilevanti per le nostre analisi).


Attualmente la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è di circa il 4%, pari a 400 ppm (parti per milione). Nel corso della storia del pianeta la concentrazione di questo gas è stata molto più elevata.
Ai tempi dei dinosauri (tra 230 e 65 milioni di anni fa) la concentrazione era compresa fra i 600 e 1100 ppm ovvero fra il 6% e l’11%. Anche la temperatura media del pianeta era molto più elevata, da 2,5 a 5 °C più calda di oggi.
Questo significava un clima molto diverso dall’attuale: meno terre emerse, altri tipi di vegetali, altri tipi di animali, niente ghiacci.
L’attuale situazione, quella che vediamo nella parte finale del grafico, a destra, mostra delle concentrazioni di CO2 e delle temperature medie fra le più basse della storia del pianeta.
Questo grafico sembrerebbe mostrare che quello dei contemporanei ecologisti, con Greta Thumberg in testa, sia in realtà un “falso allarme”.
Cerchiamo però di essere razionali e di farci le domande giuste: la nostra specie homo sapiens, così come la stragrande maggioranza delle attuali specie viventi, si sono evolute e sviluppate nella parte all'estrema destra del grafico: l’australopiteco comparve circa 3 milioni di anni fa (nel Pliocene), l' Homo sapiens "solo" 300 mila anni fa, 0.3 milioni di anni: questo significa che tutte le attuali specie, compresa la nostra, sono adattate all’attuale clima, non al clima di decine o di centinaia di milioni di anni fa.
Proviamo ora a guardare lo stesso diagramma in una scala molto più ravvicinata e centrata sull’evoluzione della attuali specie viventi.
GRAFICI DELLA VARIAZIONE DI CO2 NEGLI ULTIMI 800.000 ANNI
Riportiamo di seguito due grafici nei quali è possibile individuare la variazione della quantità di CO2 presente in atmosfera (in ppm, parti per milione) e della temperatura media in concomitanza dei singoli periodi: è importante notare come a periodi freddi corrisponda una concentrazione di CO2 inferiore a quella dei periodi caldi con un range costantemente compreso tra 170 e 300 ppm circa.
È interessante inoltre constatare come le variazioni della concentrazione di CO2 siano molto diluite nel tempo, su una scala dell'ordine delle migliaia o delle decine di migliaia di anni: indicativamente 10/15.000 anni per la salita delle temperature e delle concentrazioni di CO2 e 80/100.000 anni per la discesa delle stesse.
È quindi molto interessante, se non stupefacente, constatare come solo negli ultimi 100 anni la concentrazione di CO2 sia repentinamente salita a oltre 400 ppm.
L’attuale situazione rappresenta quindi certamente un’anomalia rispetto ai precedenti 800 mila anni per quanto riguarda la percentuale di CO2 nell’atmosfera, mentre per quanto riguarda la temperatura siamo ai valori più alti degli ultimi 100 mila anni, sapendo che negli ultimi 800 mila anni gli aumenti di temperatura sono sempre stati legati agli aumenti in concentrazione della CO2.








Ma non lasciamoci trarre in inganno da questi dati, il fenomeno è infatti molto più complesso.
Un conto è rilevare l’aumento di temperatura, un altro conto e determinarne con certezza le cause.
Ad esempio è noto che l’effetto serra dipende anche dalla concentrazione di metano nell’atmosfera.




Possiamo notare come la concentrazione di metano sia passata da 1640 parti per miliardo (ppb) del 1984 alle attuali 1860 parti per miliardo, con un aumento del 13%.
Questo perché l’aumento di temperatura porta allo scongelamento del permafrost e alla liberazione di questo gas intrappolato nel sottosuolo.
E’ inoltre possibile che vi siano altri fenomeni legati ai rapporti fra Terra e Sole che abbiano portato al surriscaldamento globale degli ultimi 2 secoli, fenomeni quindi non legati alle attività antropiche: c'è per esempio chi sostiene che questo rapido riscaldamento sarebbe dovuto a fenomeni legati alle attività del Sole, i quali storicamente (ma prima di 800 mila anni fa) hanno portato ad un riscaldamento del pianeta ben maggiore di quello attuale.
Come dicevamo prima, i fenomeni sono estremamente complessi, ma obiettivamente non è possibile sostenere che le preoccupazioni degli ambientalisti siano “totalmente infondate”, come si sente dire da alcune persone e da illustri professori.
Ciò che preoccupa in modo particolare non è tanto la variazione del livello della concentrazione di CO2 e delle temperature medie del pianeta, quanto la velocità con cui avvengono queste variazioni, quello che tecnicamente si chiama la “derivata”: i cambiamenti del passato avvenivano in modo molto più graduale ovvero per avere l’aumento di 1 °C della temperatura media del pianeta era necessario attendere 10/15 mila anni. Oggi, invece, gli stessi cambiamenti avvengono nel corso di soli 100 anni.
IL METODO SCIENTIFICO PUO' AIUTARCI A DIMOSTRARE IL CAMBIAMENTO CLIMATICO ?
Molti dei fantastici progressi fatti dall’umanità negli ultimi decenni sono arrivati tramite l'utilizzo del metodo scientifico.
Il metodo scientifico utilizza questo diagramma di flusso:




Il metodo prevede quindi l’osservazione del fenomeno “riscaldamento climatico”, con la raccolta di tutti i dati e le informazioni sul fenomeno (dati storici provenienti dai carotaggi nei ghiacciai, rilevazioni del tasso di CO2 in atmosfera, dell’attività solare, ecc).
Dopo di che viene formulata la teoria che il pianeta si surriscalda a causa dell’aumento delle emissioni di CO2.
A questo punto la teoria dovrebbe essere verificata mediante degli esperimenti, ripetibili da qualunque scienziato nelle condizioni standard definite.
Ed è proprio qui che si arresta la “scientificità” della teoria del riscaldamento globale: non è infatti possibile fare un esperimento sul Pianeta Terra nel suo insieme, riproducendo la composizione di CO2, di metano, l’irraggiamento solare, lo scongelamento del permafrost, l’inerzia degli oceani, la fusione dei ghiacciai, ecc.
E meno che mai ripeterlo...
E' solo possibile osservare i fenomeni attuali e ricostruire i fenomeni del passato, tendando di interpretarli.
E’ quindi assolutamente normale che non vi sia l’unanimità degli studiosi, tanto più che le interpretazioni rischiano di essere influenzate, in un senso o nell’altro, dalle aspettative degli studiosi e di coloro che li finanziano.
Se, quindi, la teoria per cui il riscaldamento globale dipende dall’aumento delle emissioni di CO2 di origine antropica non può essere “scientificamente” dimostrata, è altrettanto vero che anche la teoria per cui il riscaldamento globale è dovuto esclusivamente ad “altre” cause (interazioni fra Sole e Terra, ecc.) non può essere scientificamente dimostrata.
Ci troviamo quindi di fronte a teorie più o meno corroborate dai dati osservati, ma che non potranno mai avere una dimostrazione scientifica come avviene per altri fenomeni che possono essere riprodotti su piccola scala.
COSA ABBIAMO COMPRESO GIUNTI FINO A QUESTO PUNTO?
1) sicuramente stiamo vivendo in un'Era Glaciale
2) all'interno dell'era glaciale siamo in un "Periodo interglaciale" in cui il clima è normalmente più caldo e la presenza dei ghiacci tende ad assottigliarsi rispetto al periodo glaciale immediatamente precedente
3) teoricamente dovremmo andare verso un "prossimo" periodo di glaciazione
4) negli ultimi 100 anni la concentrazione di CO2 è aumentata ad un livello mai raggiunto negli ultimi 800.000 anni e ad una velocità mai vista prima in tutta la storia della Terra
5) il metodo scientifico non ci può supportare nel trarre conclusioni e nella redazione di teorie o di leggi in grado di descrivere i modelli di cambiamento climatico
6) che il clima è sempre cambiato nel tempo e negli ultimi 800.000 anni è cambiato ben 6 volte con una variazione media delle temperature dell'ordine dei 6/8 °C.
E ALLORA? PERCHE' UN AUMENTO DI 1,5°C IN 100 ANNI DOVREBBE PREOCCUPARCI ?
Per tentare di "trovare una quadra" ci viene in aiuto l'IPCC - Intergovernmental Panel on Climate Change
L'IPCC è il principale organismo internazionale per la valutazione dei cambiamenti climatici.
È stato istituito nel 1988 dalla World Meteorological Organization (WMO) e dallo United Nations Environment Programme (UNEP) allo scopo di fornire al mondo una visione chiara e scientificamente fondata dello stato attuale delle conoscenze sui cambiamenti climatici e sui loro potenziali impatti ambientali e socio-economici. Nello stesso anno, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha avallato l'azione di WMO e UNEP istituendo l'IPCC.
Come dire:
è dal lontano 1988 che la comunità scientifica internazionale è consapevole del cambiamento climatico in atto e intende studiarne cause e rimedi.
L’IPCC esamina e valuta infatti le più recenti informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche prodotte in tutto il mondo, e importanti per la comprensione dei cambiamenti climatici.
L’IPCC è un organo intergovernativo aperto a tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite e della WMO. Attualmente, fanno parte dell’IPCC 195 Paesi.
Cosa dice l'ultimo rapporto disponibile (il sesto rapporto di valutazione denominato "AR6" del 2023) di IPCC?
(https://ipccitalia.cmcc.it/ar6-sesto-rapporto-di-valutazione/ a questo link il rapporto completo)
CLIMATE CHANGE 2021 – Le basi fisico-scientifiche: i messaggi principali del rapporto
(https://ipccitalia.cmcc.it/messaggi-chiave-ar6-wg1/ a questo link le basi scientifiche sulle quali si basa il rapporto)
Di seguito un estratto dal sesto rapporto di valutazione IPCC (AR6) sullo stato del cambiamento climatico.
LO STATO ATTUALE DEL CLIMA
Rispetto al Quinto rapporto di valutazione dell’IPCC (AR5) sono migliorate le stime basate sulle osservazioni e le informazioni dagli archivi paleoclimatici, che forniscono una visione completa di ogni componente del sistema climatico e dei suoi cambiamenti fino ad oggi. Nuove simulazioni dei modelli climatici, nuove analisi e metodi che combinano numerose evidenze, portano ad una migliore comprensione dell’influenza umana su un’ampia gamma di variabili climatiche, compresi gli estremi meteo-climatici.
La comunità scientifica mondiale è ormai praticamente unanime nell'asserire che è inequivocabile che l’influenza umana stia riscaldando l’atmosfera, l’oceano e le terre emerse. Si sono verificati cambiamenti diffusi e rapidi nell’atmosfera, nell’oceano, nella criosfera e nella biosfera.
Gli aumenti osservati nelle concentrazioni di gas serra (GHG) dal 1750 circa sono inequivocabilmente causati da attività umane. Dal 2011 le concentrazioni in atmosfera hanno continuato ad aumentare, raggiungendo nel 2019 medie annuali di 410 ppm per l’anidride carbonica (CO2), 1.866 ppb per il metano (CH4), e 332 ppb per il protossido di azoto (N2O).
La temperatura superficiale globale nel periodo 2001-2020 è stata di 0,99°C superiore a quella del periodo 1850-1900, ed è stata più alta di 1,09°C nel periodo 2011-2020 rispetto al periodo 1850-1900, con aumenti maggiori sulla terraferma (1,59°C) rispetto all’oceano (0,88°).
Le precipitazioni globali medie sulla terraferma sono aumentate dal 1950, e più rapidamente a partire dagli anni ’80. L’influenza umana ha probabilmente contribuito al pattern di cambiamento delle precipitazioni dalla metà del XX° secolo, e ha molto probabilmente contribuito al pattern di cambiamento della salinità dell’oceano superficiale.
L’influenza umana è la causa principale del ritiro dei ghiacciai a livello globale dagli anni ’90, della diminuzione del ghiaccio Questa diminuzione è di circa il 40% in Settembre (mese del minimo annuale). Inoltre, le attività umane hanno contribuito alla diminuzione della copertura nevosa primaverile dell’emisfero settentrionale dal 1950 e allo scioglimento superficiale osservato della calotta glaciale della Groenlandia negli ultimi due decenni.
Lo strato superficiale dell’oceano (0-700 m) si è riscaldato a partire dagli anni ’70 e le emissioni di CO2 causate dall’uomo sono la causa dell’attuale acidificazione globale dell’oceano superficiale.
Il livello medio del mare globale è aumentato di 0,20 m tra il 1901 e il 2018 e il tasso medio di innalzamento è stato di 1,3 mm yr-1 tra il 1901 e il 1971. Le attività umane sono la principale causa di questo innalzamento. Recentemente tra il 2006 e il 2018 il tasso di innalzamento ha raggiunto i 3,7 mm per anno.
Le zone climatiche si sono spostate verso il polo in entrambi gli emisferi, ed il periodo vegetativo si è allungato in media fino a due giorni per decennio dagli anni ’50 alle medie latitudini in entrambi gli emisferi.
L’influenza umana ha riscaldato il clima a un ritmo (velocità) senza precedenti negli ultimi 2000 anni.
La portata dei recenti cambiamenti nel sistema climatico è senza precedenti da molti secoli e molte migliaia di anni.
Nel 2019, le concentrazioni atmosferiche di CO2 erano le più alte degli ultimi 2 milioni di anni, e le concentrazioni di CH4 e N2O erano le più alte degli ultimi 800.000 anni. Dal 1750, gli aumenti delle concentrazioni di CO2 (47%) e CH4 (156%) superano di gran lunga i cambiamenti naturali plurimillenari tra periodi glaciali e interglaciali degli ultimi 800.000 anni.
La temperatura superficiale globale è aumentata più velocemente a partire dal 1970 che in qualsiasi altro periodo di 50 anni degli ultimi 2000 anni. Durante il decennio 2011-2020 le temperature hanno superato quelle del più recente periodo caldo multi-centenario, circa 6500 anni fa.
Nel periodo 2011-2020, la media annuale dell’area di ghiaccio marino artico ha raggiunto il livello più basso dal 1850. Nel periodo tardo estivo è stata inferiore a qualsiasi altro periodo degli ultimi 1000 anni. La natura globale del ritiro dei ghiacciai a partire dagli anni ’50 è senza precedenti negli ultimi 2000 anni.
Il livello medio del mare è aumentato più velocemente a partire dal 1900 che in ogni secolo precedente degli ultimi 3000 anni. L’oceano si è riscaldato più velocemente nell’ultimo secolo che dalla fine dell’ultima deglaciazione (circa 11.000 anni fa).
I cambiamenti climatici stanno già influenzando molti estremi meteorologici e climatici, come ondate di calore, precipitazioni intense, siccità e cicloni tropicali, in ogni regione del mondo, e si sono rafforzate rispetto al precedente Rapporto di Valutazione dell’IPCC (AR5) le prove che attribuiscono queste variazioni negli estremi all’influenza umana.
Gli estremi di caldo (incluse le ondate di calore) sono diventati più frequenti e più intensi nella maggior parte delle terre emerse a partire dagli anni ’50 del XX secolo, mentre gli estremi di freddo (incluse le ondate di freddo) sono diventati meno frequenti e meno gravi; il cambiamento climatico indotto dall’uomo è il principale motore di questi cambiamenti. Alcuni recenti estremi di caldo osservati nell’ultimo decennio sarebbero stati estremamente improbabili senza l’influenza umana sul sistema climatico.
Le ondate di calore marine sono raddoppiate in frequenza dagli anni ’80;
La frequenza e l’intensità degli eventi di precipitazione intensa sono aumentate a partire dagli anni ’50 sulla maggior parte delle terre emerse;
In alcune regioni, è aumentata la siccità agricola ed ecologica per via dell’aumento dell’evapotraspirazione dei terreni;
La diminuzione delle precipitazioni monsoniche terrestri globali dagli anni ’50 agli anni ’80 è in parte attribuita alle emissioni di aerosol nell’emisfero settentrionale causate dall’uomo, ma gli aumenti da allora sono dovuti all’aumento delle concentrazioni di gas serra e alla variabilità interna su scala decennale o pluri-decennale ;
È probabile che la percentuale di forti cicloni tropicali (categoria 3-5) sia aumentata negli ultimi quattro decenni, e che la latitudine in cui i cicloni tropicali nel Pacifico settentrionale occidentale raggiungono il picco di intensità si sia spostata verso nord;
L’influenza umana ha aumentato la probabilità di eventi estremi composti a partire dagli anni ’50.
POSSIBILI FUTURI CLIMATICI
Cinque nuovi scenari di emissioni sono stati usati per esplorare la risposta climatica a una gamma più ampia di GHG, usi del suolo e inquinanti atmosferici rispetto a quelli valutati nel precedente Rapporto di Valutazione dell’IPCC (AR5). Questi scenari guidano le proiezioni dei modelli climatici e tengono conto dell’attività solare e vulcanica.
È atteso che la temperatura superficiale globale continuerà ad aumentare almeno fino alla metà del secolo in tutti gli scenari di emissioni considerati. Il riscaldamento globale di 1,5°C e 2°C sarà superato durante il corso del XXI° secolo a meno che non si verifichino nei prossimi decenni profonde riduzioni delle emissioni di CO2 e di altri gas serra .
Rispetto al periodo 1850-1900, la temperatura superficiale globale media nel 2081-2100 sarà molto probabilmente più alta di 1,0°C-1,8°C nello scenario di emissioni di GHG molto basso (SSP1-1,9), di 2,1°C-3,5°C nello scenario intermedio (SSP2-4,5) e di 3,3°C-5,7°C nello scenario di emissioni molto alto (SSP5-8,5). L’ultima volta che la temperatura superficiale globale ha superato i 2,5°C è stato più di 3 milioni di anni fa.
I 2°C verrebbero superati durante il XXI° secolo negli scenari di emissioni di GHG alti (SSP3-7.0 e SSP5-8.5) e molto probabilmente anche nello scenario intermedio (SSP2-4.5). Negli scenari di emissioni di GHG bassi, è estremamente improbabile che il riscaldamento globale di 2°C venga superato nello scenario SSP1-1.9, e improbabile nello scenario SSP1-2.6[3]. Il superamento dei 2°C nel medio termine (2041-2060) è molto probabile nello scenario di emissioni di GHG molto elevate (SSP5-8.5), e probabile negli scenari di emissioni intermedie ed elevate.
Il riscaldamento globale di 1,5°C (rispetto al 1850-1900) verrebbe superato nel corso del XXI secolo negli scenari intermedio, alto e molto alto (SSP2-4.5, SSP3-7.0 e SSP5-8.5, rispettivamente). Nel breve termine (2021-2040) è molto probabile che 1.5°C venga superato nello scenario di emissioni molto alte (SSP5-8,5), è probabile che venga superato negli scenari intermedio e alto (SSP2-4,5 e SSP3-7,0). È probabile che non venga superato nello scenario di emissioni di GHG basse (SSP1-2,6) ed è ancora più probabile che non venga raggiunto nello scenario di emissioni molto basse (SSP1-1,9). Inoltre, nello scenario a emissioni molto basse (SSP1-1.9), c’è una probabilità superiore al 50% che la temperatura superficiale globale scenda nuovamente al di sotto di 1,5°C verso la fine del XXI secolo, con un superamento temporaneo di non più di 0,1°C al di sopra di 1,5°C.
La temperatura superficiale globale in ogni singolo anno può variare al di sopra o al di sotto della tendenza a lungo termine indotta dall’uomo, a causa della sostanziale variabilità naturale[4]. Il verificarsi di singoli anni con variazioni di temperatura media globale al di sopra di un certo livello, ad esempio 1,5°C o 2C, relative al periodo 1850-1900 non implica che questo livello di riscaldamento globale sia stato raggiunto.
Molti cambiamenti nel sistema climatico diventano più grandi in relazione diretta all’aumento del riscaldamento globale. Questi includono l’aumento della frequenza e dell’intensità degli estremi caldi, delle ondate di calore marine, delle forti precipitazioni, della siccità agricola ed ecologica in alcune regioni, della proporzione di cicloni tropicali intensi, della riduzione del ghiaccio marino artico, della copertura nevosa e del permafrost.
È certo che la superficie terrestre continuerà a riscaldarsi più di quella oceanica (di 1,4/1,7 volte di più) e che l’Artico continuerà a riscaldarsi a una velocità due volte superiore rispetto a quella della temperatura superficiale globale
Con ogni ulteriore incremento del riscaldamento globale, i cambiamenti negli estremi continueranno ad aumentare. Ad esempio, ogni 0,5°C in più di riscaldamento globale provoca aumenti chiaramente percepibili dell’intensità e della frequenza degli estremi di caldo, comprese le ondate di calore e le forti precipitazioni, nonché siccità agricola ed ecologica in alcune regioni. Alcuni eventi estremi avranno aumenti senza precedenti anche con un ulteriore riscaldamento globale anche a 1,5°C rispetto al periodo pre-industriale.
Si prevede che alcune regioni di alle medie latitudini e semi-aride e la regione del monsone sudamericano, vedranno il più alto aumento della temperatura media dei giorni più caldi (di circa 1,5/2 volte il tasso di riscaldamento della globale). L’Artico sperimenterà il più alto aumento della temperatura media dei giorni più freddi (di circa 3 volte il tasso di riscaldamento globale).
È molto probabile che, con un ulteriore riscaldamento globale, eventi di forte precipitazione si intensifichino e diventino più frequenti nella maggior parte delle regioni. Su scala globale, si prevede che gli eventi estremi di precipitazione giornaliera si intensificheranno di circa il 7% per ogni 1°C di riscaldamento globale. La proporzione di cicloni tropicali intensi (categorie 4-5) e le velocità del vento di picco dei cicloni più intensi aumenteranno su scala globale.
Si prevede che un ulteriore riscaldamento amplifichi ulteriormente lo scioglimento del permafrost, la perdita della copertura nevosa stagionale, del ghiaccio terrestre e del ghiaccio marino artico. È probabile che l’Artico sarà praticamente privo di ghiaccio marino a settembre almeno una volta prima del 2050, con occorrenze più frequenti per livelli di riscaldamento più elevati.
Si prevede che un continuo riscaldamento globale intensifichi ulteriormente il ciclo dell’acqua su scala globale, compresa la sua variabilità, le precipitazioni monsoniche e la gravità degli eventi di precipitazione e siccitosi.
Il ciclo globale dell’acqua continuerà ad intensificarsi con l’aumento della temperatura globale; le precipitazioni e i flussi d’acqua superficiali dovrebbero diventare più variabili nella maggior parte delle regioni terrestri, sia a scala stagionale, che di anno in anno. Si prevede che le precipitazioni terrestri medie annuali aumenteranno dello 0-5% nello scenario di emissioni GHG molto basse (SSP1-1.9), e dell’1-13% nello scenario di emissioni molto alte (SSP5-8.5) entro il 2081-2100 rispetto al 1995-2014. Si prevede che le precipitazioni aumenteranno alle alte latitudini, nel Pacifico equatoriale e in alcune regioni monsoniche, ma diminuiranno in alcune regioni subtropicali e in aree limitate dei tropici.
Un clima più caldo intensificherà gli eventi meteorologici e climatici molto umidi e molto secchi, con implicazioni per inondazioni o siccità, ma la localizzazione e la frequenza di questi eventi dipendono dai cambiamenti nella circolazione atmosferica regionale.
Si prevede che le precipitazioni monsoniche aumentino nel medio-lungo termine su scala globale, in particolare nell’Asia meridionale e sudorientale, nell’Asia orientale e nell’Africa occidentale, tranne che nell’estremo ovest del Sahel.
Negli scenari in cui aumentano le emissioni di CO2, si prevede che i serbatoi di carbonio oceanici e terrestri saranno meno efficaci nel rallentare l’accumulo della CO2 in atmosfera.
Sulla base delle proiezioni dei modelli, nello scenario intermedio che stabilizza le concentrazioni atmosferiche di CO2 durante questo secolo (SSP2-4.5), i tassi di CO2 assorbiti dalla terra e dagli oceani dovrebbero diminuire nella seconda metà del XXI secolo. Negli scenari di emissioni di GHG bassi e molto bassi (SSP1-2.6, SSP1-1.9), la terra e gli oceani iniziano ad assorbire meno carbonio in risposta al calo delle concentrazioni atmosferiche di CO2 e, nello scenario SSP1-1.9, diventano una debole fonte netta di emissioni entro la fine del secolo.
L’ampiezza dei feedback tra i cambiamenti climatici e il ciclo del carbonio diventa più grande ma anche più incerta negli scenari ad alte emissioni di CO2. Ulteriori risposte degli ecosistemi al riscaldamento non ancora completamente riflesse nei modelli climatici (come i flussi di CO2 e CH4 dalle zone paludose, il disgelo del permafrost e gli incendi) potrebbero aumentare ulteriormente le concentrazioni di questi gas in atmosfera.
Molti cambiamenti dovuti alle emissioni di GHG passate e future sono irreversibili per secoli o millenni, in particolar modo i cambiamenti nell’oceano, nelle calotte glaciali e nel livello del mare.
Le emissioni passate di GHG dal 1750 porteranno l’oceano globale ad un riscaldamento futuro. La stratificazione dell’oceano superiore, l’acidificazione e la deossigenazione degli oceani continueranno ad aumentare nel XXI secolo, a tassi variabili a seconda dalle emissioni future, e sono potenzialmente irreversibili per secoli o millenni.
I ghiacciai montani e polari sono destinati a continuare a sciogliersi per decenni/secoli. La perdita di carbonio dal permafrost in seguito al suo disgelo è irreversibile su scale temporali centenarie. La continua perdita di ghiaccio nel corso del XXI secolo è virtualmente certa per la calotta glaciale della Groenlandia e probabile per la calotta glaciale antartica. Conseguenze a bassa probabilità e alto impatto (derivanti da processi di instabilità della calotta glaciale caratterizzati da profonda incertezza che in alcuni casi raggiungerebbero punti critici[5]) potrebbero risultare in un forte aumento della perdita di ghiaccio dalla calotta antartica per secoli in scenari di emissioni elevate di GHG.
Il livello medio globale del mare continuerà ad aumentare nel corso del XXI secolo. Rispetto al 1995-2014, l’aumento sarà probabilmente di 0,28-0,55 m entro il 2100 nello scenario di emissioni di GHG molto basse (SSP1-1.9), e 0,63-1.01 m nello scenario di emissioni molto elevato (SSP5-8.5). Entro il 2150 l’aumento è di 0,37-0,86 m nello scenario molto basso (SSP1-1.9) e di 0,98-1,88 m nello scenario molto elevato (SSP5-8.5). Un innalzamento intorno a 2m entro il 2100 e 5 m entro il 2150 in uno scenario di emissioni di gas serra molto alto (SSP5-8.5) non può essere escluso.
Nel lungo termine, il livello del mare è destinato ad aumentare per secoli/millenni a causa del continuo riscaldamento profondo degli oceani e dello scioglimento delle calotte glaciali, e rimarrà elevato per migliaia di anni. Nei prossimi 2000 anni, il livello medio globale del mare potrebbe aumentare di circa 2-3 m se il riscaldamento sarà limitato a 1,5°C e di 2-6 m se sarà limitato a 2°C.
Vi invitiamo infine a leggere il report completo dell'IPCC ai link riportati poco sopra.
La nostra speranza, giunti alla fine dell'articolo, è quella di aver fornito dati utili per le vostre riflessioni personali.
Vi lasciamo con una domanda:
non sappiamo se il cambiamento climatico in atto, incontrovertibilmente documentato dalla scienza, sia in qualche modo direttamente dipendente dalle attività antropiche (abbiamo visto che il metodo scientifico non ci aiuta a stabilirlo) ma, nel dubbio, cosa possiamo, dobbiamo o vogliamo fare?
Attendere senza far nulla, senza modificare le nostre abitudini di vita e di consumo, che i ghiacci si sciolgano, il livello dei mari si alzi, i deserti avanzino e allevamenti e agricoltura arrivino al collasso?
Oppure?


